CONTO CORRENTE: controlli da parte di Agenzia delle Entrate

A partire da Marzo 2016, è ormai risaputo che le Banche sono obbligate ad inviare all’Anagrafe tributaria i dati relativi ai conti correnti degli italiani. Ma quante insidie si nascondono dietro il versamento o il prelievo di denaro dal proprio conto corrente bancario?

Si sente spesso parlare del fatto che versamenti e prelievi sul conto corrente non siano più liberi come una volta, merito dei nuovi rapporti tra Banche e Fisco votati alla “trasparenza”.

Pertanto, considerato che il 75% degli italiani ha un conto corrente bancario o postale, prelievi e versamenti ingiustificati continuano a rimanere sotto la lente d’ingrandimento del Fisco, che confronta questi dati in base a quanto autodenunciato dal contribuente nella dichiarazione dei redditi.

Il tutto è stabilire fin dove può spingersi il correntista nell’effettuare versamenti e prelievi sul conto senza insospettire l’Agenzia delle Entrate: qual è, in altri termini, la soglia del legale e dove inizia, invece, quella del sospetto che è anche anticamera dell’accertamento?

Il problema va affrontato sotto due aspetti diversi: il rispetto della normativa sull’uso del contante e l’obbligo di riuscire a motivare prelievi e versamenti effettuati sul e dal conto corrente, anche a distanza di molto tempo.

Antiriciclaggio e uso dei contanti

Riguardo al primo punto, non c’è molto da dire: sebbene con la legge di Stabilità del 2016 si sia liberalizzato l’uso di denaro contante fino a 3.000 euro (in passato era di 1.000 euro), questo tetto non si applica ai prelievi e versamenti in banca, che pur superando tale soglia continuano ad essere liberi. In altre parole, si può versare sul conto un importo di oltre 3.000 euro senza violare alcuna norma, così come lo si può prelevare senza che il cassiere ci chieda per quali scopi ci serve il denaro.

Accertamenti fiscali

Diverso il discorso per mettersi al riparo dagli accertamenti fiscali. L’impiego delle indagini bancarie per individuare l’evasione fiscale è il mezzo più potente di cui dispone l’Agenzia delle Entrate e, certo, non si fa pregare due volte per utilizzarlo. Anche laddove l’autorizzazione del PM dovesse essere nulla per ragioni di forma, secondo la Cassazione l’indagine bancaria è ugualmente valida, poiché basta una semplice segnalazione per dare il via ai controlli.

Per difendersi dagli accertamenti bancari, è sempre bene mantenere traccia dell’uso di prelievi e versamenti effettuati sul e dal conto corrente. In altre parole, è bene che il correntista – anche nel caso di somme acquisite tramite bancomat – riesca a dimostrare l’impiego delle stesse. Questa regola, nata per gli imprenditori commerciali, viene di fatto utilizzata anche per tutti gli altri contribuenti, anche se lavoratori con reddito fisso. Ma che significa tutto questo? Cerchiamo di capirlo meglio.

Tutte le volte in cui il titolare di un conto corrente preleva una somma di denaro elevata o, a più riprese, effettua dei prelievi di basso importo ma che, tra loro sommati, raggiungono un tetto ragguardevole, il fisco presume che tale denaro possa essere utilizzato in investimenti volti a procurare altro denaro.

Secondo la presunzione effettuata dal Fisco per quale scopo, difatti, si prelevano, ad esempio, 10.000 euro dal conto? Non certo per il supermercato o per le bollette. La finalità non può che essere ulteriore: l’acquisto di un bene che possa procurare altro denaro (beni di investimento). La ragione è semplice: nessuno è disposto a spendere 10mila euro se non per ottenerli indietro con interessi e un ulteriore lucro (si pensi, anche, a un semplice prestito o all’acquisto di un macchinario informatico per iniziare un’attività commerciale sottobanco).

Dunque, se nonostante il prelievo consistente non vi è traccia – né nella dichiarazione dei redditi né altrove – dell’uso di tale denaro o dell’utilità che esso ha comportato è chiaro che l’operazione può nascondere un’evasione fiscale.

Sulla scorta di tale ragionamento, la legge stabilisce una presunzione di evasione (salvo prova contraria) su tutti i prelievi e versamenti non giustificati, se effettuati da titolari di partita IVA o imprenditori.

La conseguenza è dirompente per tali soggetti in quanto maggiormente sospettati di evasione fiscale: ad essi spetta sempre il compito di giustificare prelievi e versamenti sul conto corrente. In caso di mancanza di “pezze d’appoggio”, l’Agenzia delle Entrate può far scattare l’accertamento fiscale.

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